IL RECINTO DEGLI SPECCHI-L’ AUTORE PASQUALE LEONE E LE EMOZIONI DI UNA PRESENTAZIONE

IL RECINTO DEGLI SPECCHI-L’ AUTORE PASQUALE LEONE E LE EMOZIONI DI UNA PRESENTAZIONE

Ancora non ho letto il romanzo “Il Recinto degli Specchi” scritto dal mio carissimo amico d’infanzia Pasquale Leone, ma lo faro’ nei prossimi giorni non appena lo ricevero’ . Solo allora   esprimero’ anche  le mie senzazioni ed un mio giudizio critico su quello che sembra essere un piccolo capolavoro, ricco di metafore, in una narrazione poetica e visionaria  ambientata in un luogo artificiale  abitato da canarini. Ma lascio a Pasquale Leone il compito di trasmetterci le emozioni da lui vissute nella serata di presentazione del libro, che si è svolta sabato scorso al caffè letterario di Sandro Gallo a Pianopoli, ed alla quale vi ha preso parte come intervistatore un altro nostro stimato concittadino, il dott. Ettore Greco.

Dentro la serata: il mio racconto della presentazione di Il Recinto degli Specchi : di Pasquale Leone .

Quando sono arrivato al bar dello sport, a Pianopoli, il sole stava ancora scivolando tra le case,

lasciando quell’oro sottile che precede la sera.

Ho riconosciuto subito tanti di quei volti; alcuni erano familiari, altri nuovi. Tutti accomunati da

quella curiosità silenziosa che precede gli incontri che contano. Per me tutto era strano. Questa

volta non ero il coordinatore del Caffè Letterario. Ero l’autore.

Non era solo la presentazione di un libro: era un attraversamento. Passavo dall’altra parte di quella

linea invisibile che separa il moderatore dall’autore. Non ero io a fare le domande. Ero io a dare le

risposte.

Sandro Gallo ha aperto la serata con la sua consueta retorica, quella che sa tenere insieme le

persone come un filo invisibile. Mentre parlava dell’Associazione Terra di Calabria e del Caffè

Letterario, ho sentito chiaramente quanto questi luoghi non siano semplici contenitori di eventi, ma

spazi in cui la cultura prende forma, respira, si muove.

Poi è toccato a me. O meglio: è toccato a me attraverso le domande del dott. Ettore Greco, che

non si è limitato a chiedere, ma ha scavato. Le sue parole entravano nel romanzo come si entra in

una stanza buia: con rispetto, con attenzione, con quella curiosità che non vuole spiegare tutto, ma

illuminare ciò che serve. Abbiamo parlato di identità, di fragilità, di specchi che non riflettono

soltanto ma interrogano. E mentre rispondevo, mi rendevo conto che ogni risposta era un passo

indietro nel percorso che mi aveva portato a scrivere questo libro.

La musica di Amedeo Palmieri arrivava come un respiro. Una boccata d’aria tra una riflessione e

l’altra. Le sue dita sulla chitarra fingerstyle sembravano aprire finestre, lasciare entrare un vento

come quello al quale mi riferisco nel libro, dare ritmo alle emozioni che si muovevano nella sala. È

incredibile come certe note riescano a dire ciò che le parole sfiorano soltanto.

A un certo punto ho guardato il pubblico.

C’erano anche i canarini, quelli veri. Ignari protagonisti di una storia nella quale, loro malgrado,

erano sotto i riflettori. Non erano neanche spettatori: erano compagni di viaggio.

Il pubblico poi. Alcuni annuivano, altri sorridevano, altri ancora restavano immobili, come se

stessero ascoltando qualcosa che non veniva da me, ma da dentro di loro. È proprio in quei

momenti che capisco davvero perché scrivo.

Quando ho raccontato la genesi del romanzo, ho sentito riaffiorare tutto: le notti di lavoro, le pagine

riscritte, i dubbi, le intuizioni improvvise. Ho parlato del “recinto” come di un luogo mentale in cui si

entra per necessità, e degli “specchi” come di compagni scomodi ma indispensabili. E mentre lo

dicevo, mi rendevo conto che quel recinto, quella sera, non era più solo mio.

Le riprese di Enzo Cittadino scorrevano discrete, come un occhio che osserva senza disturbare. E

alla fine, quando il pubblico ha iniziato a fare domande, ho sentito che il libro aveva trovato la sua

voce più vera: quella che nasce dal dialogo.

Sono uscito che era già buio. Ma era un buio buono, di quelli che non chiudono, ma proteggono. E

ho pensato che forse sia questo che fa la letteratura quando trova il suo spazio: crea comunità,

apre varchi, lascia tracce.

Quella sera, Il Recinto degli Specchi non era soltanto un romanzo. È stato un luogo condiviso.” (Pasquale Leone)

Franco Falvo

I commenti sono chiusi.